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Omelia
per il Settantacinquesimo Anniversario della Fondazione
della Casa di Roma
P.
Jorge Ortìz, M.Sp.S., Superiore
Generale
Ogni
qualvolta parliamo tra di noi della casa di Roma, percepiamo
la presenza paterna di Félix de Jesùs,
la cui intuizione fu all'origine di questo progetto.
Spesso nella celebrazione
degli anniversari ciò che finisce per aver maggior
risalto sono i particolari storici e gli avvenimenti
che segnarono l'inizio dell'evento che vogliamo ricordare.
Ma parlare della nostra Casa di Roma è più
che un semplice ricordare o il festeggiamento di un
anniversario, poiché significa toccare una storia
fatta di persone e di esistenze, di cuori e di sentimenti,
del mistero dell'individuo e del suo proprio destino,
di avvenimenti storici che hanno
fortemente marcato il vissuto di questa casa.
La prima storia personale
che emerge è precisamente quella di Félix
de Jesùs, non solo in quanto fondatore e ispiratore
dell'idea stessa dell'esistenza di questa casa, ma in
quanto uomo di idee, intuizione e coraggio.
Appaiono indubbiamente molto evidenti i motivi pratici
che lo condussero a pensare a questa fondazione. Da
una parte la situazione che viveva il Messico nei tempi
della persecuzione religiosa e dall'altra il desiderio
di preparare i suoi figli nelle scienze filosofiche
e teologiche pensando al futuro della Congregazione.
Questa idea, che da anni
coltis'ava nel cuore, lo condusse a compiere i primi
passi immediatamente
dopo la sua professione come Missionario dello Spirito
Santo. Fece i suoi voti il 28 marzo 1926 e in quello
stesso anno, il 4 novembre, la casa di Roma era già
stata acquistata e abitata.
Tuttavia, al di là
di queste stesse motivazioni, ciò che oggi percepiamo
altrettanto chiaramente dal cuore e con l'esperienza
di chi dopo di lui ha vissuto a Roma un cammino tra
"due culture", è il desiderio appassionato
di padre Félix di fondere e integrare i valori
più alti della cultura europea con la profonda
autenticità delle radici proprie di coloro che
sarebbero approdati a Roma. Rinveniamo dunque in P.
Félix un'anticipazione importante di ciò
che nel nostro linguaggio di oggi denominiamo "inculturazione"
o "acculturazione".
Egli fin dalla prima tappa
della sua vita seppe combinare e integrare, all'interno
della sua mentalità europea, le diversità
tra la sua Francia natale e la nazione spagnola dove
effettuò parte dei suoi studi e visse i suoi
primi anni di ministero sacerdotale e magisteriale.
Successivamente, nonostante
i suoi sogni di missione in Oceania, sopraggiunse per
lui l'esperienza colombiana che lo condusse verso regioni
sconosciute dell'America del Sud nelle quali imparò
a spogliarsi della propria mentalità
per immergersi in quel mondo così differente
dal suo che lo arricchì e al quale egli offrì
la sua esperienza di religioso, sacerdote, marista,
professore, missionario infaticabile, incarnando nelle
situazioni concrete di ogni giorno e nella sua stessa
storia quell'incontro di culture diverse che seppe condurre
a un'ammirevole sintesi.
Sebbene durante il suo
primo soggiorno la presenza in Messico di P. Félix
fu relativamente breve, egli non si limitò a
trasporre all'esperienza messicana quanto aveva vissuto
in Colombia, ma all'incontrarsi con quella diversa realtà
affrontò un nuovo processo di inculturazione
che lo portò a cercare nuovi modi di operare.
Durante questo periodo
P. Félix fu il responsabile di un tempio nel
cuore di Città del Messico e parroco della comunità
francese. Il suo fervore missionario lo indusse a moltiplicare
iniziative apostoliche che gli fecero conoscere nuove
situazionì e gli richiesero una costante ricerca
di atteggiamenti nuovi per annunciare il messaggio,
lasciarsi raggiungere dalle ricchezze di quella cultura
I diversa e interiorizzarle in un modo autentico che
andasse oltre i meri elementi folkloristici.
È per questo che le frasi con le quali si riferiva
al suo "essere messicano" vanno oltre il semplice
fatto
esteriore. -
Ad esempio, definì
la festa nazionale messicana del 5 maggio come: "L'aniversario
della battaglia di Puebla nella quale noi messicani
sconfiggemmo i francesi"; oppure nelle sue
malattie, dopo aver subito varie trasfusioni di di sangue
affermò: "Adesso sì che ho sangue
messicano nelle vene". Sono frasi che riflettono
soprattutto la sua esperienza incucurata che Io portò
a vivere come un messicano tra i messicani sen:a rinunciare
ad apportare tutta la ricchezza della sua identità
francese e di una visione integrale più amplia
e universale.
Tornando alla sua idea
della casa di Roma possiamo dire che Félix de
Jesùs non pensava solamente ad un luogo di studio
o di possibile rifugio nel caso che si preseentasse
la necessità di abbandonare il Messico per sfuggire
alla persecuzione religiosa. Il suo pensiero, arricchito
dall'inculturazione e carico di progetti, lo condusse
a sognare un gruppo di religiosi molto fermi nei loro
valori ma provvisti allo stesso tempo di un cuore aperto
e disposto a lasciarsi arricchire ed illuminare da una
cultura diversa con tutti i suoi accenti positivi e
negativi. Un gruppo di religiosi con un cuore libero
eun orizzonte universale che sapesse coniugare le tradizioni
e le ricchezze delle proprie radici con il cammino millenario
delle culture europee.
È qui dove Félix
de Jesùs riflette la sua interiorità,
le sue intuizioni, il suo cammino personale, il suo
processo di inculturazione, la sua dimensione missionaria.
E qui dove Félix de Jesùs incarna l'ideale
di una formazione religiosa e sacerdotale che supera
le frontiere lasciando da parte ogni visione nazionalista
o individua-lista. E qui dove Félix de Jesùs,
abbandonato alla Provvidenza e trascinato dai suoi aneliti
crescenti, compie questo passo gigantesco quando sono
appena trascorsi 12 anni dalla fondazione della Congregazione.
Ma oltre a Félix
de Jesùs vogliamo ricordare tanti altri Missionari
nostri fratelli che si sono succeduti in questa casa.
Vogliamo presentare al Signore tante storie personali
e vocazionali, tanti cammini percorsi, tante luci e
ombre. Vogliamo anche ricordare alcuni
avvenimenti storici che influirono fortemente nelle
vite di coloro che ne furono coinvolti; tra questi basterebbe
menzionare la seconda guerra mondiale o gli anni di
piombo del terrorismo.
Vogliamo
affermare allo stesso tempo che la nostra celebrazione
e anniversario non si riferisce solamente a dell semplici
pareti e soffitti ristrutturati nel tempo, ma a tante
persone concrete che, a partire da P. Félix,
hanno voluto formare parte di questa avventura evangelica
e missionaria hanno scelto di imbarcarsi verso nuove
terre e nuovi destini hanno cercato di essere fedeli
e creativi per continuare le in tuizioni e i sogni di
Félix de Jesùs.
Celebriamo
dunque questo anniversario con il cuor colmo di gratitudine
al Signore e allo stesso tempo con il desiderio consapevole
e rinnovato che questa comunità di Missionari
dello Spirito Santo, che vive nel cuore di Roma, non
sia solamente un luogo di studio e di sapienza, ma una
scuola di comunione e partecipazione e, soprattutto,
un luogo di crescita interiore nel quale più
in là del folklore e di ciò che èpittoresco,
si forgino autentici processi nei quali le differenti
culture si arricchiscano vicendevolmente con le diversità
e sia possibile compiere un cammino congiunto in cui
il Vangelo e la persona di Gesù costituiscano
il punto di riferimento fondamentale per la comune unità.
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